Italiano

Hugo Mujica è nato a Buenos Aires nel 1942. Ha studiato Belle Arti, Filosofia, Antropologia Filosofica e Teologia. Questa varietà di studi è presente nella sua opera che comprende tanto la filosofia, come l’antropologia, o la mistica e la narrativa e soprattutto la poesia.

Tra i suoi principali libri di saggistica: Origen y destino (1987), La palabra inicial (1995), Flecha en la niebla (1997), Poéticas del vacío (2002), Lo naciente (2007), La casa y otros ensayos (2008) La pasión según Georg Trakl (2009), El saber del no saberse (2014) e Dioniso. Eros creador y mística pagana (2016). Solemne y mesurado (1990) e Bajo toda la lluvia del mundo (2008), sono i suoi due libri di racconti.

La sua opera poetica, iniziata nel 1983, è stata pubblicata in Argentina, Spagna, Italia, Francia, Messico, Stati Uniti, Portugal, Cile, Rumania, Slovenia, Grecia, Bolivia, Costa Rica, Colombia, Uruguay, Venezuela, Guatemala, Israel, U.K. e Bulgaria. Nel 2005 la casa editrice Vaso Roto ha raccolto in 3 volumi cuasi tutti il suo lavoro, poesía e saggistica: “Del crear y lo creado”. Nel 2014 è uscito il suo ultimo libro di poesia Cuando todo calla (XIII Premio Casa de América de Poesía Americana).

La sua vita e i suoi viaggi sono stati il materiale della sua opera. Durante gli anni ’60 ha vissuto al Greenwich Village di New York come artista plastico e per sette anni ha condiviso il silenzio della vita monastica dell’Ordine Trappista dove iniziò a scrivere.

 

Libri:

Antologia poetica. 1983-2016. Ed. LietoColle. Italia, 2017.

E sempre dopo il vento. Raffaelli Editore. Rimini, 2013.

Poesie scelte. Raffaelli Editore. Rimini, 2008.

Notte aperta. Antonio Pellicani Editore. Roma, 2000.

 

******

silenzio
alto silenzio

né una voce
che risvegli
distanze

la pelle dei tuoi occhi,
celeste
oltre
l’eterno

senza riposo

******

la terra: una spiaggia del cielo
ma senza cielo:
un deserto
dove la vita impasta con la mia vita la sua ostia
paura di un dio ormai senza fame

*****

incagliato
alla riva
dei miei passi

sui precipizi
della mia fuga

basterebbe scavare un ponte

un vuoto,
in forma d’altro

******

sono ponte su cui cammino
caduta in cui cado

sono questa parte della paura:

                    la nudità ancora carne

******

come ostaggio di un dentro che non ha fuori,
o l’esilio di un’anima
che non arriva a redimersi carne,

o condannato a sempre
e mai
come prigioniero a cui immolarono la metà della sua morte

******

c’è un dio che si guarda
nella cecità di ogni uomo.

c’è un destino da seguire al ripetere l’unica volta,
di percorrere la stessa soglia
dove mi sedetti da bambino
a vedere accecare dio

******

Trappola

      Come la trappola di voler essere un altro per vedersi sé stesso.
Allo specchio infranto mi vedo aperto, ma sono solo infranto.

*****

In silenzio

cade in silenzio,
come neve
ma è cenere.

cade su una donna che corre
con il suo vestito
in fiamme
credendo di fuggire dell’incendio,

su un cieco
cui ogni muro è cammino,

ogni porta
precipizio.

cade su uomini che camminano
come uomini
ma sono bende
che rivestono vuoti,

cade il silenzio
come la cenere, o come cadono
quei passi
verso nessun luogo

                      neppure verso un inferno.

*****

Dentro

ci sono giorni in cui la luce occupa tutto,
giorni in cui tutto è bianco
come la vita
nella memoria di un cieco

come la neve
su un germoglio prima
che apra i suoi colori.

bianco su bianco: nulla, come
specchio di fronte a specchio:
nessuno.

la luce non è giorno, né è bianca,

è dentro
dove la notte accende ciò che la sua ombra salva.

*****

Da pochi giorni

da pochi giorni è morto mio padre,
è solo un po’.

è caduto senza peso,
come le palpebre all’arrivo
della notte o una foglia
quando il vento non strappa, culla.

oggi non è come altre piogge
oggi piove per la prima volta
sul marmo della sua tomba.

sotto ogni pioggia
potrei essere io chi giace, adesso lo so,
adesso che sono morto in un altro.

******

Sul bosco

Piove sul
bosco,

piove verde sul bosco trasparente

(la pioggia
non lascia tracce, solo passa,
spogliando).

*****

Fino alla fine

ho visto un cane nero morto
sulla strada,
schiacciato in mezzo al marciapiede,
macchiato,
perché nevicava.

ho visto la vita, proprio lì,
e non c’era nient’altro: l’alibi
dell’innocente: pagarlo tutto.

ho sentito nella neve la vita
e mi sono visto morire
come un animale che resiste
fino all’ultimo

fino al desiderio d’essere finito,

fino al gemito finale,
colui che chiede perdono per ogni delitto altrui:
colui che perdona dio.

******

Senza ombre né orma

bisogna camminare scalzi,
scappare nudi
come un fuggitivo senza meta
per non essere mai perduti.

sprofondare come una brace
nella neve,

o cadere
come cade la pioggia per essere pioggia,
cadere senza altra orma
che quella stessa caduta.

sprofondare, cadere
o volare come vola di nudità il vento
scappando dello specchio
che ci intrappola in ogni arrivo.

******

L’aperto

Cade tranquilla la pioggia,
l’aperto sorge.

Cade la pioggia, cade
sull’attesa,

nella caduta la pioggia è il suo cammino
e il cammino il suo arrivo.

Bisogna osare l’aperto e la caduta:
il deserto della sete
non la sete del deserto.

******

Sul bosco

Piove sul
bosco,

piove verde sul bosco trasparente

(la pioggia
non lascia tracce, solo passa,
spogliando).

******

Scalzo

Notte senza luna,

qualcuno, scalzo,
attraversa il deserto.

Ci sono orme che la notte veglia,
ci sono nudità che la luce spegne.

******

Orizzonte

È l’ora più lenta,

è crepuscolo
e un paio di lampi
luccicano un orizzonte.

Scalzo, sulla sabbia
tiepida,
un bambino corre provando
a prendere gabbiani.

Nella notte,
la pioggia cancellerà le orme,
inizierà un deserto,
regalerà l’oblio.

******

La storia del silenzio sono le parole,
l’ascolto di quel silenzio è la poesia.

******

L’anima bisogna crearla,
inalare ciò che inspira,
immaginarla: darle voce.

Incarnarla è l’opera umana,
l’umana fedeltà a sé,

il poetico è ascoltarla,
fare del suo soffio un verbo,
di quel verbo un altro inizio,
un’altra unica creazione.

 

(CONFESSIONE

La poesia, quella a cui
a cui aspiro,
è quella che si può leggere a voce alta senza che niente si ascolta.

È quella impossibile che inizio ogni volta,
è da quella chimera
che scrivo e cancello.)

 

 

 

ALBEGGIA E TACCIO

 

Albeggia e
taccio;

taccio ogni paura, taccio qualsiasi
presagio,
cerco un’alba vergine di me,

cerco il nascere della luce,
non il suo illuminarmi.

 

SOLO ALLA FINE

 

 

Le due rive

sono sempre una, ma si sa solo alla fine,

dopo, dopo esserci naufragato.

 

 

 

PREGHERIA

 

 

È l’ultima ora della sera,
silenziosi
i pini che orlano il percorso
allungano le loro ombre,
tremano la brezza

–è la preghiera dell’abbandono,
è il radicarsi nel vento–.

 

 

IL PROPRIO

A ogni granello di sabbia
la sua ombra all’alba;

a ogni vita
il suo nome proprio e il suo proprio altrui;
l’impossibile di sé stessa:
ciò che gli altri le hanno creato.

 

 

NASCE IL GIORNO

 

Nasce il giorno
sotto un cielo sereno,

la chiarezza in cui tutto
si mostra,
ciò che lei faceva germoglia
e ciò che la sua stessa luce appassisce.

Ogni nascere chiede nudità,
come la chiede l’amore,
come la regala la morte.

 

 

TUTTO

 

 

Annotta rosso brace,

annotta

e passa il vento,

 

passa sulla pianura

che si apre notte,

che distende vènti.

 

Tutto entra nelle mani vuote

e quel vuoto è il dono

e anche quel dono è tutto.

 

 

 

NEVE AL VENTO

 

 

Fiocchi di neve al vento,

cadono dal proprio adesso,

cadono sul loro qui.

 

Quando non c’è ieri, quando

non c’è oblio,

con niente puoi immaginare il domani:

c’è solo ciò che sempre c’è,

c’è questo stare nascendo.

 

 

 

IMMENSURABILE

 

 

Un’altra volta l’unica volta:

un lampo,

il suo parto e partenza.

 

Si possono misurare rive

ma mai, mai più,

ciò che tra di loro si apre,

ciò che l’aperto regala.

 

 

 

ECCESSO

 

 

Quando l’anima è ormai carne,

quando si vive nudo,

 

tutto il fuori è la propia profondità,

da ogni altro

si ascolta il proprio battito.

 

 

 

SCORCIATOIA

 

 

Tra l’ondulare

delle alghe, un uccello morto è portato dal fiume;

 

un uccello o la vita:

quella sconfitta abbracciata.

 

 

 

ALTO, LONTANO

 

 

Alto,

lontano, per appena

un istante

la nervatura di un lampo

infiamma di bianco i miei occhi,

 

poi tutto torna all’oscurità,

ma ormai non sono solo ombre:

sono orme di una perdita.

 

 

 

FANGO E SETE

 

 

Di terra e acqua il fango del cammino,

di fango e sete il deserto umano.

 

 

 

IN QUESTA VALLE

 

 

La notte

ormai si sentono grilli

e adesso è il

vento

che allontana o avvicina il tremore

di ciò che si inclina.

 

Oggi, in questa valle,

sotto questa luna,

ho saputo che il vento non passa,

ho saputo che sempre sta arrivando.

 

 

 

OFFERTA

 

 

Qualche volta,

quando arriverò a essere vuoto,

chiuderò la porta e butterò

la chiave;

 

sì,

bisognerebbe buttarsi fuori

come un’offerta senza ritorno,

come un regalo che nessuno accetta.

 

 

 

ANCORA NO

 

 

Agitare le ali non è ancora volare,

ancora non è fuori.

 

Quando l’anima entra all’interno

è che ancora non è l’anima,

è che ancora non è di carne.

 

 

 

PARTENDO

 

 

Il vento porta ciò che trascina,

ci lascia ciò che passa.

 

Si nasce di schiena al proprio cammino,

si vive partendo.

 

 

 

ALL’INIZIO

 

 

All’inzio è stata la ferita,

il battito risuonò dopo.

 

Poi la carne che l’alberga,

poi i corpi che l’aprono.

 

 

 

CONSEGNA

 

 

Senza echi,

in una terra senza nome,

un ruscello

mormora il suo passo,

traspare la sua orma.

 

Estranea a sé nasce la consegna,

addentrandosi nella notte

si cancella la propria ombra.

 

 

 

LA RIVA

 

 

Trema un ramo,

tremano le sue ultime foglie

tra la luna e l’acqua.

 

Non c’è un’altra parte,

saperlo è l’altra parte.

 

 

 

APRIRE LE MANI

 

 

Conoscerci è una consegna,

non un sapersi,

 

è slegarsi

e scoprire che non affondiamo,

che siamo stati sempre

sostenuti.

 

 

 

AUDACIA

 

 

Vedere non è aprire gli occhi,

è buttare da una parte il bastone bianco:

 

osare camminare

sul sapersi perduto.

 

 

 

IN SÉ STESSA

 

 

Sempre

esita una luce

che solo si vede quando

non accende niente,

 

como una nudità

che si rivela in sé stessa,

non negli occhi di chi la guarda.

 

 

 

OGNI OMBRA

 

 

Nella notte

ogni ombra è anche la notte

 

e ogni lampo

un taglio

che apre un orizzonte nella carne,

 

nella carne

dove nasce l’anima.

 

 

 

UN UOMO

 

 

Come una semina

senza terra

 

un uomo cade per la strada,

si piega su di sé, muore;

 

errante, un cane

lo annusa,

lecca la sua fronte, e il suo silenzio

si corica al suo fianco.

 

 

 

OBLIO

 

 

Ci sono vite

che vivono senza essere guardate,

 

come la pioggia in mezzo

al mare

 

o come si apre

un fiore

al riparo di un bosco

dove nessuno e solo il vento

è passato.

 

Sono vite che abbracciano il dono,

 

vite che respirano

dal loro stesso oblio.

 

 

 

 

STELLA CADENTE

 

 

A ogni bosco

le sue foglie al vento,

 

a ogni vita la sua attesa:

il suo lenzuolo bianco ondeggiando

nella notte

sotto una stella che cade.

 

 

 

PIÙ PROFONDA

 

 

Ci sono vite

in cui l’anima

si apre

più profonda

di dove quelle vite palpitano,

 

si apre come un lampo

senza cielo né tuono,

 

come una ferita senza petto

 

o un abisso

dove la belleza è alba.

 

 

 

I

 

 

Annotta

e si

ritirano

i rumori;

 

solitario,

un cane zoppo

attraversa la strada.

 

Annotta

ed è la quiete

dove la vita ci rivela

ciò che apprende di sé

mentre batte la nostra vita.

 

 

 

II

 

 

S’accende

il giorno sulla nudità

delle pianure

 

la nebbia dissolve

il suo velo

e i salici

emergono rinati.

 

Tutto si apre e il vederlo

apre l’anima

l’anima è quell’aprirsi.

 

(Il paradiso non è stato perduto

il perduto è lo stupore.)

 

 

 

IV

 

 

Vento

e le nuvole si dissolvono;

brezza e bianche

si trasfigurano.

 

Ci sono echi

che non sono delle parole

sono del respiro,

non ci ripetono

ci convocano ad ascoltare

ciò che per dirsi ci chiama.

 

 

 

V

 

 

Inafferrabile

una brezza sfiora il ramo,

i pochi baccelli

appesi

ondeggiano mentre passa.

 

Nulla è l’inizio

né mai qualcosa conclude,

 

neppure ciò che senza stare

smette di crearci.

 

 

 

VI

 

 

C’è una fenditura

nella parola

fenditura,

 

uno strappo dove

ogni parola tace,

dove ogni tacere crea;

 

è ciò che nel dire è respiro

non suono,

è dove in ogni parola

ci ascoltiamo rivelati.

 

 

 

VII

 

 

Verso l’alto, verso la luce

si distanziano i rami,

 

nel profondo,

nell’oscura terra,

le radici si ritrovano,

la sete le intreccia.

 

 

 

VIII

 

 

Brezza, luna

e tutto respira notte,

tutto batte ciò che va ad essere.

 

Ci sono cose,

le più proprie,

che si compiono nel loro mistero,

sono quello che solo il silenzio

le rivela proteggendo.

 

 

 

X

 

 

Quando la lontananza

batte dentro

è che il dentro

è ormai fuori;

 

è l’essere arrivato all’anima,

a quel vuoto di nessuno

che in ognuno si apre in tutti.

 

 

 

XI

 

 

Albeggia solo oggi,

albeggia

come ogni giorno.

 

L’irreversibile

non è ciò che ogni passo

lascia dietro:

è il passo che non dammo.

 

 

 

XII

 

 

Il vento dissolve

le nuvole

e appare azzurro,

tutto azzurro il cielo.

 

C’è un’anima ma non c’è,

bisogna scavarla,

sradica tutto ciò che lei non è,

fino a che ci sia:

fino a svuotarci.

 

 

 

XIII

 

 

Silenzio

 

e nel silenzio

respira la notte,

respira silenzio.

 

Dalla finestra

entra

una brezza,

 

entra, esce e passa

senza lasciare

né portare nulla

 

e all’improvviso,

in quel passaggio,

nulla avanza, nulla manca.

 

 

 

XIV

 

 

Orma di sé stesso

è il vento,

 

traccia di noi

la polvere

che è soffio

alza,

 

quel volo della terra,

quell’istante

che a tutti, al cadere,

ci restituisce al silenzio

che vivemmo balbettando.

 

 

 

XVI

 

 

Ci sono notti

che con la sua propria

ombra accendono

il loro mistero,

 

uccelli

che fanno del vuoto

la scioltezza delle sue ali,

e ci sono vite

a cui basta il silenzio

per ascoltarsi raccontata.

 

 

 

XVII

 

 

Invisibile

un uccello taglia la sua orma

profonda

come senza fondo

aperta, come scoperchiata.

 

Sempre è nell’aperto

dove tutto si unisce,

senza fuori

né dentro

qui, in questa ferita.

 

 

 

XVIII

 

 

Ci sono radici

che affondano la terra che le accoglie,

che si distendono

più larghe che i rami

che da loro nascono,

 

e c’è un coprire l’oscurità

che spoglia molto di più

di ciò che la luce accende.

 

 

 

XXI
Si distende il sole

e tutto sembra in bilico

come ad rivelare

un segreto.

 

Non basta con chiudere

le labbra,

il silenzio bisogna ascoltarlo,

lasciare che lui ci dica

ciò che di noi tacciamo.

 

 

 

XXII

 

 

Alcune orme

non sono di passi

sono di assenze,

non traciano, cancellano;

 

sono la scorciatoia verso la fine,

sono quelle che ci salvano

dal ritorno.

 

 

 

XXIV
Autunno,

 

lenta brezza

e pioviggina

sull’albereto.

 

Impercettibile,

senza sapere se è la pioggia

o sono le foglie, qualcosa risuona

nelle mie orecchie.

 

Quando si scrive

ascoltando,

quando al dirlo tacciamo,

 

è nella scrittura

che la pioggerella

cade,

 

è tra le sillabe

che la brezza soffia

 

ed è in sé

stesso

dove l’autunno si spoglia

di ciò che nella vita è ormai passato.

 

 

 

XXV

 

 

Con un uccello

tra i denti

un cane e la sua cacciagione.

 

Da quando il male

intrecciò la vita

il dolore non solo ferisce

il dolore anche rivela.

 

 

 

XXVI

 

 

Non ogni radice

compie

il proprio destino di luce

né ogni fessura

apre la sua promessa

d’abisso;

 

neppure ogni

camminare

arriva a palpeggiare la terra:

appena uno come un altro

entra scalzo nella morte.

 

 

 

XXVIII

 

 

Il giorno non è solo giorno

è anche

notte accesa,

ombra trasparsa.

 

È perché non ha ombre

che non vediamo ciò che il vuoto accende,

che non intravediamo

ciò che ci rimane

quando non ci rimane niente.

 

 

 

XXIX

 

 

Solo da

ciò che si strappa del tutto

nasce ciò che mai ci fu

 

(dal seme che conserviamo

cresce appena

ciò che ormai siamo stati).

 

 

 

XXX

 

 

È in ciò che non è

che la luce

si espande luce,

 

su ciò che è

mostra ciò che è

ciò che ormai carica

con la propria ombra,

 

ed è nel vuoto che

proteggiamo

–lì dove non siamo–

dove trova

spazio la vita

per continuare a crearci.

 

 

 

XXXI

 

 

Tra le fessure

i possibili sbocciano

e le poesie parlano;

 

tra le fessure,

le proprie,

l’uomo erge

la sua vita,

dà alla luce la sua anima.

 

 

 

XXXIII
Anche il silenzio

è orma,

orma e segno

verso il senza nome

 

verso ciò che solamente

si ascolta

nella rinuncia

al nominarlo.

 

 

 

XXXIV

 

 

La pioggia si mantiene nella pioggia

e in sé stesso si consuma il fuoco,

 

solo l’uomo

non abita la sua casa

solo a lui oltrepassa la sua anima.

 

 

 

XXXVIII

 

 

Né va né torna

quando l’uccello

vola per volare

quando vola

per essere volo.

 

Quando s’incammina senza andare

quando l’oblio

cancella l’ombra

darsi è un sapere

e l’abbandono una danza.

 

 

 

XXXIX

 

 

Saltare,

saltare davvero,

è arrivare fino all’abisso

da cui si saltò

 

non c’è niente da sapere

salvo arrivare a saperlo.

 

 

 

XL

 

 

Fugace,

come l’arcobaleno

che accende

s’apre l’acqua dietro la prua;

 

s’apre in due

e sono due la stessa vita.

 

 

 

XLI

 

 

Senza colline né albereti

il vento vola largo

la calma della valle.

 

Più vasto che attendere qualcosa

è il non nominare l’attesa:

quel non sapere,

ciò che arriva,

quel lasciare che ci nomina.

 

 

 

XLIII

 

 

A foglia a foglia

a germoglio a germoglio

il ciclo di ogni albero,

 

a passo a passo

ad attesa ad attesa

quello di ogni uomo…

fino alla scintilla d’essere

compia il suo istante:

si spenga nel suo nulla.

 

(Fino a che la luce

sia un’altra volta senz’ombra.)

 

 

 

LXV

 

 

Tra il lampo

e il tuono,

 

tra l’alito

e la parola,

 

questo squarcio senza

rive

aprendosi verso sempre,

quell’insondabile lontananza

in ogni qui della vita.

 

 

 

XLVII

 

 

C’è sempre qualcosa

che non riesce a diventare carne:

non che ci manchi

è che ci eccede.

 

La vita non entra nella vita

per quello sempre,

in qualche luogo, ci divide.

 

 

 

XLVIII

 

 

Avanza l’autunno

e il vento spoglia.

 

Ormai quasi senza foglie

sembra tutto radice l’albero

 

ogni stabilità

nell’aperta immensità

che lo protegge.

 

 

 

XLIX

 

 

Alla fine non ci sarà fine,

ci sarà la consegna:

 

quel salto

senza riva da cui darlo,

quel saltare nel vuoto

da cui una volta

arrivammo,

 

quella consegna

fino ad arrivare

a svuotarci.

 

 

 

L

 

 

Come un lampo

che non s’estingue

quell’altra luce

che ci abbaglia

 

quella che accecati

chiamiamo notte

come chiamiamo morte

l’eccesso finale

con cui ci oltrepassa

la vita.

 

(CONFESSIONE

 

 

La poesia, quella a cui anelo,

a cui aspiro,

è quella che si può leggere a voce alta senza che niente si ascolta.

 

È quella impossibile che inizio ogni volta,

è da quella chimera

che scrivo e cancello.)

 

 

 

ALBEGGIA E TACCIO

 

 

Albeggia e

taccio;

 

taccio ogni paura, taccio qualsiasi

presagio,

 

cerco un’alba vergine di me,

cerco il nascere della luce,

non il suo illuminarmi.

 

 

 

SOLO ALLA FINE

 

 

Le due rive

sono sempre una, ma si sa solo alla fine,

dopo, dopo esserci naufragato.

 

 

 

PREGHERIA

 

 

È l’ultima ora della sera,

silenziosi

i pini che orlano il percorso

allungano le loro ombre,

tremano la brezza

 

–è la preghiera dell’abbandono,

è il radicarsi nel vento–.

 

 

 

IL PROPRIO

 

 

A ogni granello di sabbia

la sua ombra all’alba;

 

a ogni vita

il suo nome proprio e il suo proprio altrui;

l’impossibile di sé stessa:

ciò che gli altri le hanno creato.

 

 

 

NASCE IL GIORNO

 

 

Nasce il giorno

sotto un cielo sereno,

 

la chiarezza in cui tutto

si mostra,

ciò che lei faceva germoglia

e ciò che la sua stessa luce appassisce.

 

Ogni nascere chiede nudità,

come la chiede l’amore,

come la regala la morte.

 

 

 

TUTTO

 

 

Annotta rosso brace,

 

annotta

e passa il vento,

 

passa sulla pianura

che si apre notte,

che distende vènti.

 

Tutto entra nelle mani vuote

e quel vuoto è il dono

e anche quel dono è tutto.

 

 

 

NEVE AL VENTO

 

 

Fiocchi di neve al vento,

cadono dal proprio adesso,

cadono sul loro qui.

 

Quando non c’è ieri, quando

non c’è oblio,

con niente puoi immaginare il domani:

c’è solo ciò che sempre c’è,

c’è questo stare nascendo.

 

 

 

IMMENSURABILE

 

 

Un’altra volta l’unica volta:

un lampo,

il suo parto e partenza.

 

Si possono misurare rive

ma mai, mai più,

ciò che tra di loro si apre,

ciò che l’aperto regala.

 

 

 

ECCESSO

 

 

Quando l’anima è ormai carne,

quando si vive nudo,

 

tutto il fuori è la propia profondità,

da ogni altro

si ascolta il proprio battito.

 

 

 

SCORCIATOIA

 

 

Tra l’ondulare

delle alghe, un uccello morto è portato dal fiume;

 

un uccello o la vita:

quella sconfitta abbracciata.

 

 

 

ALTO, LONTANO

 

 

Alto,

lontano, per appena

un istante

la nervatura di un lampo

infiamma di bianco i miei occhi,

 

poi tutto torna all’oscurità,

ma ormai non sono solo ombre:

sono orme di una perdita.

 

 

 

FANGO E SETE

 

 

Di terra e acqua il fango del cammino,

di fango e sete il deserto umano.

 

 

 

IN QUESTA VALLE

 

 

La notte

ormai si sentono grilli

e adesso è il

vento

che allontana o avvicina il tremore

di ciò che si inclina.

 

Oggi, in questa valle,

sotto questa luna,

ho saputo che il vento non passa,

ho saputo che sempre sta arrivando.

 

 

 

OFFERTA

 

 

Qualche volta,

quando arriverò a essere vuoto,

chiuderò la porta e butterò

la chiave;

 

sì,

bisognerebbe buttarsi fuori

come un’offerta senza ritorno,

come un regalo che nessuno accetta.

 

 

 

ANCORA NO

 

 

Agitare le ali non è ancora volare,

ancora non è fuori.

 

Quando l’anima entra all’interno

è che ancora non è l’anima,

è che ancora non è di carne.

 

 

 

PARTENDO

 

 

Il vento porta ciò che trascina,

ci lascia ciò che passa.

 

Si nasce di schiena al proprio cammino,

si vive partendo.

 

 

 

ALL’INIZIO

 

 

All’inzio è stata la ferita,

il battito risuonò dopo.

 

Poi la carne che l’alberga,

poi i corpi che l’aprono.

 

 

 

CONSEGNA

 

 

Senza echi,

in una terra senza nome,

un ruscello

mormora il suo passo,

traspare la sua orma.

 

Estranea a sé nasce la consegna,

addentrandosi nella notte

si cancella la propria ombra.

 

 

 

LA RIVA

 

 

Trema un ramo,

tremano le sue ultime foglie

tra la luna e l’acqua.

 

Non c’è un’altra parte,

saperlo è l’altra parte.

 

 

 

APRIRE LE MANI

 

 

Conoscerci è una consegna,

non un sapersi,

 

è slegarsi

e scoprire che non affondiamo,

che siamo stati sempre

sostenuti.

 

 

 

AUDACIA

 

 

Vedere non è aprire gli occhi,

è buttare da una parte il bastone bianco:

 

osare camminare

sul sapersi perduto.

 

 

 

IN SÉ STESSA

 

 

Sempre

esita una luce

che solo si vede quando

non accende niente,

 

como una nudità

che si rivela in sé stessa,

non negli occhi di chi la guarda.

 

 

 

OGNI OMBRA

 

 

Nella notte

ogni ombra è anche la notte

 

e ogni lampo

un taglio

che apre un orizzonte nella carne,

 

nella carne

dove nasce l’anima.

 

 

 

UN UOMO

 

 

Come una semina

senza terra

 

un uomo cade per la strada,

si piega su di sé, muore;

 

errante, un cane

lo annusa,

lecca la sua fronte, e il suo silenzio

si corica al suo fianco.

 

 

 

OBLIO

 

 

Ci sono vite

che vivono senza essere guardate,

 

come la pioggia in mezzo

al mare

 

o come si apre

un fiore

al riparo di un bosco

dove nessuno e solo il vento

è passato.

 

Sono vite che abbracciano il dono,

 

vite che respirano

dal loro stesso oblio.

 

 

 

 

STELLA CADENTE

 

 

A ogni bosco

le sue foglie al vento,

 

a ogni vita la sua attesa:

il suo lenzuolo bianco ondeggiando

nella notte

sotto una stella che cade.

 

 

 

PIÙ PROFONDA

 

 

Ci sono vite

in cui l’anima

si apre

più profonda

di dove quelle vite palpitano,

 

si apre come un lampo

senza cielo né tuono,

 

come una ferita senza petto

 

o un abisso

dove la belleza è alba.

 

 

 

I

 

 

Annotta

e si

ritirano

i rumori;

 

solitario,

un cane zoppo

attraversa la strada.

 

Annotta

ed è la quiete

dove la vita ci rivela

ciò che apprende di sé

mentre batte la nostra vita.

 

 

 

II

 

 

S’accende

il giorno sulla nudità

delle pianure

 

la nebbia dissolve

il suo velo

e i salici

emergono rinati.

 

Tutto si apre e il vederlo

apre l’anima

l’anima è quell’aprirsi.

 

(Il paradiso non è stato perduto

il perduto è lo stupore.)

 

 

 

IV

 

 

Vento

e le nuvole si dissolvono;

brezza e bianche

si trasfigurano.

 

Ci sono echi

che non sono delle parole

sono del respiro,

non ci ripetono

ci convocano ad ascoltare

ciò che per dirsi ci chiama.

 

 

 

V

 

 

Inafferrabile

una brezza sfiora il ramo,

i pochi baccelli

appesi

ondeggiano mentre passa.

 

Nulla è l’inizio

né mai qualcosa conclude,

 

neppure ciò che senza stare

smette di crearci.

 

 

 

VI

 

 

C’è una fenditura

nella parola

fenditura,

 

uno strappo dove

ogni parola tace,

dove ogni tacere crea;

 

è ciò che nel dire è respiro

non suono,

è dove in ogni parola

ci ascoltiamo rivelati.

 

 

 

VII

 

 

Verso l’alto, verso la luce

si distanziano i rami,

 

nel profondo,

nell’oscura terra,

le radici si ritrovano,

la sete le intreccia.

 

 

 

VIII

 

 

Brezza, luna

e tutto respira notte,

tutto batte ciò che va ad essere.

 

Ci sono cose,

le più proprie,

che si compiono nel loro mistero,

sono quello che solo il silenzio

le rivela proteggendo.

 

 

 

X

 

 

Quando la lontananza

batte dentro

è che il dentro

è ormai fuori;

 

è l’essere arrivato all’anima,

a quel vuoto di nessuno

che in ognuno si apre in tutti.

 

 

 

XI

 

 

Albeggia solo oggi,

albeggia

come ogni giorno.

 

L’irreversibile

non è ciò che ogni passo

lascia dietro:

è il passo che non dammo.

 

 

 

XII

 

 

Il vento dissolve

le nuvole

e appare azzurro,

tutto azzurro il cielo.

 

C’è un’anima ma non c’è,

bisogna scavarla,

sradica tutto ciò che lei non è,

fino a che ci sia:

fino a svuotarci.

 

 

 

XIII

 

 

Silenzio

 

e nel silenzio

respira la notte,

respira silenzio.

 

Dalla finestra

entra

una brezza,

 

entra, esce e passa

senza lasciare

né portare nulla

 

e all’improvviso,

in quel passaggio,

nulla avanza, nulla manca.

 

 

 

XIV

 

 

Orma di sé stesso

è il vento,

 

traccia di noi

la polvere

che è soffio

alza,

 

quel volo della terra,

quell’istante

che a tutti, al cadere,

ci restituisce al silenzio

che vivemmo balbettando.

 

 

 

XVI

 

 

Ci sono notti

che con la sua propria

ombra accendono

il loro mistero,

 

uccelli

che fanno del vuoto

la scioltezza delle sue ali,

e ci sono vite

a cui basta il silenzio

per ascoltarsi raccontata.

 

 

 

XVII

 

 

Invisibile

un uccello taglia la sua orma

profonda

come senza fondo

aperta, come scoperchiata.

 

Sempre è nell’aperto

dove tutto si unisce,

senza fuori

né dentro

qui, in questa ferita.

 

 

 

XVIII

 

 

Ci sono radici

che affondano la terra che le accoglie,

che si distendono

più larghe che i rami

che da loro nascono,

 

e c’è un coprire l’oscurità

che spoglia molto di più

di ciò che la luce accende.

 

 

 

XXI
Si distende il sole

e tutto sembra in bilico

come ad rivelare

un segreto.

 

Non basta con chiudere

le labbra,

il silenzio bisogna ascoltarlo,

lasciare che lui ci dica

ciò che di noi tacciamo.

 

 

 

XXII

 

 

Alcune orme

non sono di passi

sono di assenze,

non traciano, cancellano;

 

sono la scorciatoia verso la fine,

sono quelle che ci salvano

dal ritorno.

 

 

 

XXIV
Autunno,

 

lenta brezza

e pioviggina

sull’albereto.

 

Impercettibile,

senza sapere se è la pioggia

o sono le foglie, qualcosa risuona

nelle mie orecchie.

 

Quando si scrive

ascoltando,

quando al dirlo tacciamo,

 

è nella scrittura

che la pioggerella

cade,

 

è tra le sillabe

che la brezza soffia

 

ed è in sé

stesso

dove l’autunno si spoglia

di ciò che nella vita è ormai passato.

 

 

 

XXV

 

 

Con un uccello

tra i denti

un cane e la sua cacciagione.

 

Da quando il male

intrecciò la vita

il dolore non solo ferisce

il dolore anche rivela.

 

 

 

XXVI

 

 

Non ogni radice

compie

il proprio destino di luce

né ogni fessura

apre la sua promessa

d’abisso;

 

neppure ogni

camminare

arriva a palpeggiare la terra:

appena uno come un altro

entra scalzo nella morte.

 

 

 

XXVIII

 

 

Il giorno non è solo giorno

è anche

notte accesa,

ombra trasparsa.

 

È perché non ha ombre

che non vediamo ciò che il vuoto accende,

che non intravediamo

ciò che ci rimane

quando non ci rimane niente.

 

 

 

XXIX

 

 

Solo da

ciò che si strappa del tutto

nasce ciò che mai ci fu

 

(dal seme che conserviamo

cresce appena

ciò che ormai siamo stati).

 

 

 

XXX

 

 

È in ciò che non è

che la luce

si espande luce,

 

su ciò che è

mostra ciò che è

ciò che ormai carica

con la propria ombra,

 

ed è nel vuoto che

proteggiamo

–lì dove non siamo–

dove trova

spazio la vita

per continuare a crearci.

 

 

 

XXXI

 

 

Tra le fessure

i possibili sbocciano

e le poesie parlano;

 

tra le fessure,

le proprie,

l’uomo erge

la sua vita,

dà alla luce la sua anima.

 

 

 

XXXIII
Anche il silenzio

è orma,

orma e segno

verso il senza nome

 

verso ciò che solamente

si ascolta

nella rinuncia

al nominarlo.

 

 

 

XXXIV

 

 

La pioggia si mantiene nella pioggia

e in sé stesso si consuma il fuoco,

 

solo l’uomo

non abita la sua casa

solo a lui oltrepassa la sua anima.

 

 

 

XXXVIII

 

 

Né va né torna

quando l’uccello

vola per volare

quando vola

per essere volo.

 

Quando s’incammina senza andare

quando l’oblio

cancella l’ombra

darsi è un sapere

e l’abbandono una danza.

 

 

 

XXXIX

 

 

Saltare,

saltare davvero,

è arrivare fino all’abisso

da cui si saltò

 

non c’è niente da sapere

salvo arrivare a saperlo.

 

 

 

XL

 

 

Fugace,

come l’arcobaleno

che accende

s’apre l’acqua dietro la prua;

 

s’apre in due

e sono due la stessa vita.

 

 

 

XLI

 

 

Senza colline né albereti

il vento vola largo

la calma della valle.

 

Più vasto che attendere qualcosa

è il non nominare l’attesa:

quel non sapere,

ciò che arriva,

quel lasciare che ci nomina.

 

 

 

XLIII

 

 

A foglia a foglia

a germoglio a germoglio

il ciclo di ogni albero,

 

a passo a passo

ad attesa ad attesa

quello di ogni uomo…

fino alla scintilla d’essere

compia il suo istante:

si spenga nel suo nulla.

 

(Fino a che la luce

sia un’altra volta senz’ombra.)

 

 

 

LXV

 

 

Tra il lampo

e il tuono,

 

tra l’alito

e la parola,

 

questo squarcio senza

rive

aprendosi verso sempre,

quell’insondabile lontananza

in ogni qui della vita.

 

 

 

XLVII

 

 

C’è sempre qualcosa

che non riesce a diventare carne:

non che ci manchi

è che ci eccede.

 

La vita non entra nella vita

per quello sempre,

in qualche luogo, ci divide.

 

 

 

XLVIII

 

 

Avanza l’autunno

e il vento spoglia.

 

Ormai quasi senza foglie

sembra tutto radice l’albero

 

ogni stabilità

nell’aperta immensità

che lo protegge.

 

 

 

XLIX

 

 

Alla fine non ci sarà fine,

ci sarà la consegna:

 

quel salto

senza riva da cui darlo,

quel saltare nel vuoto

da cui una volta

arrivammo,

 

quella consegna

fino ad arrivare

a svuotarci.

 

 

 

L

 

 

Come un lampo

che non s’estingue

quell’altra luce

che ci abbaglia

 

quella che accecati

chiamiamo notte

come chiamiamo morte

l’eccesso finale

con cui ci oltrepassa

la vita.